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La prima volta sono arrivato a
Malindi in un giorno di Novembre, per caso, senza sapere. Mi ci ha
portato Daniele.
Era la meta da italiano orario full-time, da vivere così, alla
giornata, senza conoscere altro che le foto-cartolina dei siti web e
delle agenzie di viaggio: allora Malindi mi ha scorto tra la gente e
è scesa su di me come un vestito, come un abbraccio.
Il tempo di un respiro è sufficiente per queste cose.
Era una bella giornata di sole.
Malindi ha cominciato a parlarmi del Kenya e poi dell'Africa in quella
lingua (lo Swahili) che serve a cantare e raccontare. Sottovoce e
gridando. Mi ha detto delle cose, ha preso un po' del mio cuore e
della mia anima e li ha tenuti per sé.
In cambio mi ha lasciato occhi nuovi per vedere. Lo so perchè ora
versano più spesso qualche lacrima che prima sarebbe rimasta nascosta
a vergognarsi di sé. Nello specchio appaiono diversi eppure uguali a
prima.
Malindi mi ha raccontato una storia che ancora si sta scrivendo: è la
storia di terra e popolo, di culture e di lingue, di colonialismo che
è storia di ieri e strisciante, ipocrita neocolonialismo che è
storia di oggi.
(Mi ha raccontato anche la storia di un Maasai e di un leone, ma l'ho
dimenticata per poter tornare ad ascoltarla ancora).
Sopra tutte le cose, e dentro le cose, e nelle persone, però c'è,
violenta, tutta l'Africa
e non l'Africa del National Geographic, dopo cena, non l'Africa dei
tamburi e dei batik appesi nel soggiorno, dove la luce fa risaltare...
un attimino.... quei colori così... particolari... così...intriganti...
che si perdono nel tempo del ricordo mal raccontato che in realtà non
si è mai vissuto veramente.
Uno dei tanti, infatti, da appendere in soggiorno.
C'è una terra fertile più per il sangue che per il sudore, c'è una
terra calda che l'uomo bianco si dimentica tra le gambe ancora più
calde di una giovane puttana, paradiso da mille scellini e richio di
contagio all-inclusive.
C'è la terra che fiorisce nelle Rose del Deserto, dilaga nelle
Bouganvillee ai bordi delle strade e che domina dai baobab, nati prima
dei coloni bianchi e superstiti di quel selvaggio custodito per denaro
e per amore in parchi e riserve.
C'è la terra che aspetta qualcuno che la ami e non la sfrutti senza
ricambiare.
Ecco perchè è rossa.
La terra si ripaga da sola, con il sangue.
A Malindi questo traspare al crepuscolo. Non so perchè, ma forse sono
i colori. Dopo due giorni comunque smetti di farti queste domande e
ascolti il silenzio. Hakuna matata rafiki, non c'è problema amico.
Sai, Mzungu, Uomo Bianco come io sono (per premio e per condanna)
vorrei anche dirti che Malindi darà anche a te gli stessi occhi. Non
puoi rifiutarli. Accade e basta. Puoi guardarci il mare le traiettorie
degli aironi la marea che va e che torna sempre al momento giusto le
nuvole il verde delle foglie alba tramonto sabbia e terra.
Oppure fa finta di nulla come se fosse tutto come prima. Preoccupati
della malaria, ti hanno detto che qui ce ne è per tutti. Ma se sei
venuto qui, a sfidarla (perchè ti dico un segreto: qui la malaria non
c'è!) allora puoi pensarci su, perchè questa è una terra che può
dare tanto anche a te.
Viene voglia di restare a far fortuna, perchè la gente (quella nera)
ti dirà sempre di si per due scellini al giorno.
E poi tu la sai lunga fratello italiano. Conosci la vita.
Villa? Ristorante o resort, bungalow, negozio. Fà la tua fortuna e
prendi quanto puoi, perchè la vita è breve, e prima di morire devi
essere fiero di te stesso. Ma che rimanga Cosa Nostra, ok?
Io, per me, tengo gli occhi nuovi fissi sull'orizzonte vecchio quanto
la vita:
ho visto dei leoni che non erano neppure troppo tristi.
Non ho avuto il coraggo di dire loro che non sono veri, che sono lì
per i turisti: per non offenderli, certo, ma anche perchè non sono
certo che sia vero. Un leone rimane un leone: l'Africa ha gabbie solo
per gli uomini.
Ho bevuto vino di cocco con dei suonatori di tamburo. Non Coca Cola.
Ho sentito nella schiena tutte le buche delle piste dei safari, della
polvere rossa sento ancora il sapore dietro i denti.
Sento il sapore amaro del Marungi, masticato per ore per non sentire
caldo e fatica.
Allora ho guardato negli occhi la gente e qualcuno ha capito.
Che dietro il mio portafogli c'è una persona, non il Turista.
Come loro (con il ritardo di cinquant'anni di occidente) sono in
viaggio. Non ne conosco il prezzo, non me ne curo: non so cosa cerco
ma l'Africa mi chiama.
Sono molto amico di un Maasai, ferito da un leone.